Quando uscì nel 1988, Cocktail con Tom Cruise fu accolto più come un film leggero che come un manifesto di business.
Eppure, rivisto oggi, nasconde spunti preziosi per chi ha l’ambizione di costruire qualcosa di proprio. Dietro i bicchieri che volano e le notti di New York, c’è un percorso che racconta la visione, i rischi e le cadute tipiche dell’imprenditore moderno.
Il protagonista come metafora dell’aspirante imprenditore
Brian Flanagan, il giovane interpretato da Tom Cruise, non è soltanto un barman ambizioso. È un uomo che vede oltre il bancone e cerca la sua strada nell’imprenditoria. Come molti startupper di oggi, parte senza capitale, ma con energia, talento e il desiderio di emergere. La sua arma non è il denaro, ma il carisma: la capacità di trasformare un lavoro comune in uno spettacolo che attira clienti e crea un “brand personale”.
Networking: il potere delle relazioni
Il rapporto con il mentore Doug Coughlin insegna un’altra lezione chiave. Nessun imprenditore cresce da solo: servono maestri, alleati, partner. Le serate dietro il bancone diventano un laboratorio dove si impara non solo a fare cocktail, ma anche a leggere le persone, capire il mercato e costruire una rete di contatti.
L’illusione del successo facile
Il film mostra con chiarezza anche i rischi del business. Brian cade nella trappola di inseguire il guadagno rapido e l’apparenza, finendo per smarrire la direzione.
Un monito che vale ancora oggi: non basta un’idea brillante o un locale pieno di clienti per avere successo.
Serve una visione sostenibile, la capacità di gestire crisi e fallimenti, e una disciplina che va oltre la passione iniziale.
La resilienza come chiave
Il percorso di Brian dimostra che il fallimento non è la fine, ma un passaggio.
Ogni imprenditore affronta ostacoli, errori e porte chiuse: la vera forza sta nel rialzarsi, ricalibrare la strategia e tornare al lavoro con più consapevolezza.
Questo spirito di resilienza è ciò che trasforma un sogno fragile in un’impresa concreta.

I giorni diventano sempre più brevi, le notti sempre più lunghe, e prima che tu te ne accorga la tua vita è solo una lunga notte con poche ore diurne passate come in coma.
L’amore e i valori come bussola
La relazione con Jordan (Elisabeth Shue) porta un altro messaggio importante: senza valori autentici e senza legami veri, il business rischia di diventare vuoto. Il film suggerisce che la vera ricchezza non è solo economica, ma sta nell’equilibrio tra vita privata e lavoro. Per un imprenditore, mantenere questa dimensione umana è fondamentale per costruire un brand credibile e duraturo.
Dal bancone al sogno realizzato
Il finale del film è la sintesi del percorso imprenditoriale: non un successo improvviso, ma il frutto di coraggio, errori e scelte difficili. Brian apre il suo bar, non come un locale qualunque, ma come il simbolo di una visione personale finalmente concreta. Un messaggio chiaro per chi sogna di fare impresa: partire da un’idea semplice, lavorare con passione, cadere e rialzarsi, fino a vedere il progetto prendere forma.
Le nostre considerazioni
Cocktail non è solo intrattenimento anni ’80. È una parabola sul business, sulla crescita personale e sulla determinazione. Guardarlo oggi significa ricordare che ogni imprenditore, proprio come Brian Flanagan, deve imparare a trasformare un mestiere in un’arte, un’arte in un’esperienza, e un’esperienza in un’impresa.
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1 commento
@follower Avete mai visto il film da un punto di vista motivazionale? Lo riguardereste oggi con occhi diversi?