La cucina italiana è ufficialmente entrata nella Lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dell’Unesco, un riconoscimento storico che premia non solo i piatti simbolo del Made in Italy, ma un intero modello culturale fatto di convivialità, saperi e territori.
Una notizia che conferma in pieno quella “possibilità concreta” di cui avevamo già scritto su MondoUomo.it, chiudendo un percorso iniziato anni fa con la candidatura formale del dossier La cucina italiana tra sostenibilità e diversità bioculturale.
Cosa ha riconosciuto l’Unesco?
L’Unesco non ha premiato una singola ricetta, ma un sistema di pratiche: la scelta delle materie prime, il rispetto della stagionalità, il legame con i paesaggi agricoli e la trasmissione dei saperi in famiglia e nelle comunità locali. La cucina italiana viene letta come un linguaggio comune che unisce Nord e Sud, città e borghi, tavole domestiche e ristoranti d’eccellenza, confermando la sua capacità di trasformare la tradizione in valore universale.
Un primato che vale identità e business
Si tratta del primo riconoscimento globale che riguarda l’intera gastronomia di un Paese, non un singolo prodotto, e questo rafforza l’idea della cucina italiana come asset strategico di identità nazionale. Il titolo Unesco diventa anche una leva economica potentissima: dal turismo enogastronomico alla tutela delle filiere agroalimentari, fino al contrasto dell’Italian sounding e delle imitazioni che sfruttano il brand Italia senza rispettarne le regole.
Cosa cambia per il futuro?
Sul piano concreto, il riconoscimento chiama istituzioni, imprese e cuochi a impegnarsi ancora di più in formazione, sostenibilità, salvaguardia delle tradizioni regionali e dei piccoli produttori. La sfida ora è trasformare il sigillo Unesco in progetti reali: archivi dei saperi, tutela dei paesaggi rurali, educazione alimentare per le nuove generazioni, così che la cucina italiana resti un patrimonio vivo e non un semplice marchio da esibire
