Ci sono album che nascono da calcoli di mercato, strategie promozionali o tentativi di rimanere rilevanti.
E poi c’è “After Hours” di Richard Marx, un disco che nasce da una sera qualunque, da un martini, da Frank Sinatra che esce dalle casse mentre la vita scorre lenta e piacevole.
È la storia di un artista che a 62 anni decide di fare esattamente ciò che desidera, incurante di aspettative e categorizzazioni.
Un Viaggio nel Tempo Registrato dal Vivo da Richard Marx
L’approccio scelto da Richard Marx per questo progetto è tanto coraggioso quanto raro nell’era della produzione digitale: tre giorni in studio, ensemble da 24 elementi, registrazione completamente dal vivo. Tre take per ogni brano, senza fermarsi, senza correzioni in post-produzione. È il metodo di Sinatra, di Dean Martin, di un’epoca in cui la tecnologia non poteva mascherare l’assenza di talento.
Il risultato è un album che respira. Non c’è la perfezione asettica del digitale, ma c’è qualcosa di più prezioso: l’autenticità del momento irripetibile. Quando Marx canta, si sente che sta davvero cantando, non assemblando frammenti vocali registrati in sessioni diverse.
L’Identità Prima dell’Ambizione
“After Hours” è diviso equamente tra standard del Great American Songbook e brani originali scritti da Marx nello stesso spirito. È una scelta intelligente che evita il rischio dell’omaggio sterile. Marx non si limita a reinterpretare classici, ma dimostra di aver compreso profondamente quel linguaggio musicale fino a poterlo parlare con voce propria.
Il disco si apre con “Love Is Here to Stay” dei Gershwin, featuring Randy Waldman al pianoforte. È una dichiarazione d’intenti: Marx non cerca di essere Sinatra, cerca di essere se stesso in dialogo con quella tradizione. La sua voce, un tenore chiaro e sincero, trova il proprio spazio tra le grandi interpretazioni del passato senza tentare imitazioni.
“All I Ever Needed”, con Chris Botti alla tromba, mostra la capacità di Marx di scrivere ballad jazz che suonano come se esistessero da decenni. Non c’è forzatura, non c’è l’odore del pastiche. È scrittura matura che dialoga alla pari con i classici.
“Young at Heart” con Rod Stewart è probabilmente il momento più emozionante dell’album.
La storia dietro la collaborazione (nata durante il compleanno di Stewart a Londra, suggellata da un messaggio il giorno dopo) aggiunge profondità a un’esecuzione già di per sé toccante. I due cantanti non competono, conversano. E si sente l’affetto reciproco in ogni frase.
“Big Band Boogie” con Kenny G porta energia e swing, dimostrando che Marx non vuole limitarsi alle ballad malinconiche. È un pezzo che fa muovere la testa, che invita al ballo, che ricorda perché questa musica ha dominato le sale da ballo per decenni.
“Magic Hour”, co-scritta con la moglie Daisy Fuentes durante un soggiorno sull’isola di Lizard in Australia, introduce sfumature latine nel tessuto jazz dell’album. È uno dei momenti in cui l’originalità di Marx emerge con maggiore evidenza: non sta riproducendo un’epoca, sta creando qualcosa di nuovo usando quel vocabolario.
“Summer Wind” e “The Way You Look Tonight” sono interpretate con rispetto ma senza reverenza eccessiva. Marx sa che questi brani sono stati cantati dai più grandi, ma sa anche che ogni generazione ha il diritto di farli propri.
Il disco si chiude con “Fly Me to the Moon”, il brano che ha dato origine all’intero progetto. La versione di Marx rallenta il tempo originale, trasformando uno swing in una ballad contemplativa. È l’interpretazione che riceveva standing ovation nei concerti, e si capisce perché: c’è una fragilità e un’intimità che rendono il pezzo quasi una confessione personale.
La Parola Chiave: Eleganza
Marx ha ripetuto più volte in interviste che la parola che guida la sua vita negli ultimi anni è “eleganza”. Non è solo questione di vestirsi bene in studio (cosa che ha fatto, in abito, come Sinatra), ma di un approccio più ampio all’esistenza. È l’eleganza di sedersi al tramonto con la persona amata a parlare per ore. È l’eleganza di scegliere la qualità sulla quantità, il momento presente sull’ansia del prossimo progetto.
Questa filosofia permea l’album. Non ci sono eccessi produttivi, non ci sono tentazioni di modernizzare forzatamente il suono con elettronica o beat contemporanei. C’è solo la musica, suonata da musicisti straordinari, cantata da un artista che ha deciso di fidarsi della propria voce e del proprio gusto.
Il Coraggio di Cambiare Dopo Quarant’anni
A quasi quarant’anni dal suo debutto discografico (1987), Richard Marx compie una scelta che potrebbe sembrare rischiosa: allontanarsi completamente dal suono che lo ha reso famoso. Niente rock, niente power ballad da accendino alzato, niente di ciò che il pubblico si aspetterebbe da chi ha scritto “Right Here Waiting” e “Don’t Mean Nothing”.
Eppure è proprio questa libertà che rende “After Hours” un album maturo e necessario. Marx non ha più nulla da dimostrare in termini commerciali. Ha avuto successi in quattro decadi diverse (risultato condiviso solo con Michael Jackson), ha scritto hit per sé e per altri, ha vinto Grammy. Ora può permettersi di fare musica per il puro piacere di farla.
Produzione ed Arrangiamenti
Gli arrangiamenti di Rob Eckland meritano un capitolo a parte. Invece di limitarsi a riprodurre i suoni degli anni Quaranta e Cinquanta, Eckland trova un equilibrio tra fedeltà stilistica e freschezza contemporanea. Gli ottoni hanno il punch giusto senza essere invadenti, le sezioni ritmiche swingano senza sembrare nostalgiche.
Il padre di Marx, Dick Marx, era un arrangiatore di talento che lavorò su alcuni brani del figlio negli anni Novanta. Richard ha dichiarato che il padre sarebbe stato orgoglioso di questo album, anche se scherza sul fatto che forse non gli avrebbe perdonato di aver affidato gli arrangiamenti a qualcun altro. È un tocco di umanità che ricorda come anche questo disco sia, in fondo, una questione personale e familiare.
La Dimensione Live
“After Hours” funziona particolarmente bene come album da ascoltare in determinate situazioni. Non è musica da commuting o da palestra. È musica per una cena tra amici, per un pomeriggio di domenica, per quelle serate in cui si vuole rallentare il tempo. È musica che richiede attenzione ma non la pretende, che si gode meglio con un bicchiere in mano e la compagnia giusta.
Marx ha già annunciato date live in cui porterà questo repertorio sul palco, incluse tappe con Rod Stewart. Sarà interessante vedere come questo materiale funzionerà in contesto concertistico, se sarà solo un segmento dello show o se Marx avrà il coraggio di dedicare serate intere a questo progetto.
After Hours è un album che non cerca di convincere nessuno. O lo capisci o non lo capisci, o ti parla o non ti parla. Per chi è disposto ad ascoltare, offre qualcosa di sempre più raro: il piacere di una musica suonata bene, cantata bene, registrata bene.
Senza scorciatoie, senza trucchi.
Richard Marx aveva già dimostrato di essere un songwriter di talento, un cantante capace, un produttore esperto. Con “After Hours” dimostra di essere anche un artista nel senso più pieno del termine: uno che fa scelte basate sulla visione personale piuttosto che sulle aspettative esterne.
In un mondo che chiede sempre di correre più veloce, produrre di più, apparire ovunque, Marx ha scelto di rallentare, di vestirsi bene, di mescolare un martini e di cantare canzoni che parlano di amore, tempo e bellezza. Non è poco. Anzi, oggi è quasi rivoluzionario.
Mettetelo su una domenica pomeriggio, preparatevi qualcosa di buono da bere, e lasciate che il tempo rallenti. “After Hours” vi aspetta.
Artista: Richard Marx
Album: After Hours
Uscita: 16 gennaio 2026
Etichetta: BMG Rights Management
Genere: Jazz, Standards, Pop
In un mondo che chiede sempre di correre più veloce, produrre di più, apparire ovunque, Richard Marx ha scelto di rallentare, di vestirsi bene, di mescolare un martini e di cantare canzoni che parlano di amore, tempo e bellezza.
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Identità e Autenticità
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Maturità Narrativa
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Qualità Produttiva
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Impatto Culturale

