L’alleanza italo-francese si rafforza a Bruxelles per contrastare la concorrenza sleale delle piattaforme e-commerce extra-europee: quattordici Stati membri chiedono misure immediate contro un fenomeno che vale miliardi di euro e minaccia l’industria europea.
A margine del Consiglio Competitività di Bruxelles, il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha incontrato il collega francese Serge Papin, responsabile per le PMI, il Commercio e l’Artigianato, per sottoscrivere un documento che potrebbe segnare una svolta nella battaglia europea contro l’ultra fast fashion.
L’incontro bilaterale ha portato alla firma di una lettera congiunta alla Commissione europea, promossa dalla Francia e già sostenuta da 14 Stati membri tra cui Spagna, Belgio, Austria, Grecia, Polonia e Ungheria. L’obiettivo è chiaro: ottenere un intervento rapido e coordinato contro le piattaforme di e-commerce extra-UE che stanno inondando il mercato europeo di prodotti a basso costo.
I numeri di un’invasione commerciale
La dimensione del fenomeno è allarmante. Secondo i dati della Commissione europea, nel 2024 sono stati importati nell’Unione Europea 4,6 miliardi di articoli di basso valore, contro i 2,3 miliardi del 2023 e gli 1,4 miliardi del 2022. Parliamo di 12 milioni di pacchi al giorno, con una forte presenza di rivenditori online cinesi come Temu e Shein.
La lettera evidenzia come molte piattaforme e-commerce extra-UE immettano sul mercato europeo prodotti non conformi agli standard di sicurezza, ambiente e qualità, spesso privi di tracciabilità e responsabilità legale. Questo genera una concorrenza distorta che danneggia pesantemente le imprese europee che operano nel rispetto delle normative comunitarie.
Le richieste all’Europa: dazi immediati e controlli stringenti
Il documento chiede alla Commissione di rafforzare i controlli e le responsabilità delle piattaforme, promuovendo una collaborazione più stretta tra dogane e autorità di vigilanza. Si chiede inoltre di accelerare l’introduzione di una tassa europea sui pacchi a basso valore, così da contrastare l’ingresso massiccio di merci che eludono dazi e obblighi normativi.
Sul tavolo della Commissione c’è già una proposta di riforma del Codice doganale presentata nel maggio 2023, che prevede l’introduzione di un contributo di gestione di 2 euro per ogni spedizione destinata all’UE, oltre a misure per rafforzare l’applicazione delle norme sulla sicurezza dei prodotti.
Ma per Urso tutto questo non basta, e i tempi sono troppo lunghi. “Servono misure immediate, non orizzonti lontani: i dazi anche sui prodotti sotto i 150 euro devono partire ora, non nel 2028”, ha dichiarato il ministro italiano, ribadendo una posizione già espressa durante la riunione dell’Alleanza sulle industrie energivore.
L’effetto Trump ed il rischio di una sovrapproduzione asiatica verso l’Europa
Durante i suoi interventi pubblici, Urso ha più volte sottolineato come il fenomeno dell’ultra fast fashion si sia intensificato anche a causa delle politiche protezionistiche statunitensi. Le misure daziali americane che hanno colpito i prodotti cinesi e vietnamiti stanno infatti producendo un effetto domino: la sovrapproduzione asiatica si sta dirottando massicciamente verso il mercato europeo.
Il ministro parla apertamente di “invasione di prodotti asiatici” e chiede alla Commissione europea di intervenire con misure di salvaguardia simili a quelle già adottate per il settore dell’acciaio, dove l’UE ha imposto un aumento del 50% dei dazi nei confronti della Cina e un dimezzamento delle quote di importazione.
Le criticità dell’ultra fast fashion: ambiente, salute e concorrenza
Il modello economico dell’ultra fast fashion solleva preoccupazioni su molteplici fronti. Dal punto di vista ambientale, si basa su un sistema “usa e getta” alimentato da prezzi stracciati, con conseguenze pesanti in termini di sostenibilità: materie prime spesso non ecologiche, trattamenti di finissaggio inquinanti e un’impronta climatica elevata legata ai trasporti.
Sul fronte della sicurezza, alcune indagini preliminari della Commissione nei confronti di piattaforme come Temu hanno rilevato l’utilizzo di sostanze non conformi agli standard europei, non solo nell’abbigliamento ma anche in giocattoli ed elettronica.
Infine, c’è il tema della concorrenza sleale. L’impressionante varietà di capi d’abbigliamento messi in vendita su queste piattaforme – in alcuni casi oltre 3.000 nuove referenze giornaliere, anche con il supporto dell’intelligenza artificiale – mette in difficoltà le aziende tradizionali, sia quelle impegnate sul nuovo sia quelle attive nel mercato dell’usato.
La risposta italiana: l’emendamento al Ddl Concorrenza
A livello nazionale, l’Italia sta cercando di muoversi con cautela, in attesa che si chiarisca la cornice regolamentare europea. Il ministero ha elaborato un emendamento al disegno di legge annuale per la concorrenza che mira a introdurre nuovi obblighi ambientali per le piattaforme di e-commerce extra-UE.
L’emendamento presentato da Fratelli d’Italia in commissione Industria al Senato introdurrebbe un nuovo articolo sulla vendita di articoli di abbigliamento e tessili per la casa da parte di piattaforme extra-comunitarie. La norma farebbe ricadere questi soggetti sotto il regime di responsabilità estesa del produttore previsto dal Testo unico ambientale, con una serie di requisiti stringenti in termini di gestione dei rifiuti.
“Stiamo intervenendo con un emendamento sulle piattaforme digitali, che organizzano la distribuzione massiva di prodotti spacciati per italiani, ma che in realtà vengono realizzati in Cina a basso costo e senza alcun rispetto per le norme ambientali e del lavoro”, ha spiegato Urso.
L’esempio francese e le prossime mosse
La Francia si è mossa per prima in Europa su questo fronte, diventando un modello di riferimento per altri Paesi. Anche la Germania ha posto il tema con determinazione nelle sedi comunitarie.
L’iniziativa italo-francese si inserisce in un momento cruciale, con la presidente della Commissione Ursula von der Leyen che ha già incluso nelle sue linee guida politiche per il mandato 2024-2029 l’impegno ad affrontare le sfide poste dalle piattaforme di e-commerce, garantendo “condizioni di parità basate su efficaci controlli doganali, fiscali, di sicurezza e di standard di sostenibilità”.
La questione dell’ultra fast fashion è destinata a diventare sempre più centrale nel dibattito europeo sulla competitività industriale e sulla sostenibilità. Con 5,8 milioni di tonnellate di rifiuti tessili accumulate ogni anno in Europa (quasi 11 kg a persona) e un tasso di riciclo fermo all’1%, l’urgenza di un cambio di paradigma è evidente.
Resta da vedere se le istituzioni europee sapranno rispondere con la tempestività richiesta da Urso e dai suoi colleghi, trasformando questa alleanza ministeriale in misure concrete che possano davvero riequilibrare il mercato e proteggere l’industria europea della moda.
Fonte di redazione: Fashionmagazine.it

