Settantaseimila aziende, meno dell’8% delle società di capitali italiane. Eppure generano quasi la metà dell’export nazionale e danno lavoro a un milione e ottocentomila persone.
Il Made in Italy continua a essere il motore trainante dell’economia italiana, ma il regime dei giri sta cambiando: lo dice il Made in Italy Monitor 2025 di Cerved, che ha setacciato i bilanci di quasi un decennio per capire dove stiamo andando.
Nel 2023 queste aziende hanno prodotto ricavi per 637 miliardi di euro, generando un valore aggiunto di 155 miliardi, il 17,2% del totale delle società di capitali italiane. Sono numeri che impressionano, ma nascondono dinamiche più articolate. Il settore è cresciuto del 4,3% nell’ultimo decennio, meglio del resto del manifatturiero che si è fermato al 3,7%. Però le previsioni per il biennio 2025-2026 parlano di crescita ridotta: più 0,2% quest’anno e più 1,5% il prossimo.
I protagonisti del Made in Italy … e le loro fragilità
L’Automazione e Meccanica domina per fatturato con 209 miliardi di euro, seguita da Agroalimentare (124 miliardi), Mezzi di trasporto (119), Sistema Moda (101), Arredo e Design (47) e Farmaceutica (37). Ma non tutti viaggiano alla stessa velocità. I Mezzi di trasporto, ancora appesantiti dalla crisi dell’automotive, sono previsti in calo dell’1% nel 2025. Il Sistema Moda arranca, anche se dovrebbe riprendersi l’anno prossimo. L’Automazione e Meccanica paga i dazi americani e una domanda fiacca.
Dall’altra parte c’è il Farmaceutico che corre oltre il 4% annuo, trainato dalla domanda globale, e l’Agroalimentare con una crescita cumulata intorno all’8%. Due velocità, due mondi diversi che convivono sotto lo stesso ombrello del Made in Italy.
La maggior parte di queste imprese è a proprietà familiare, con manager e amministratori delegati che hanno tra i 55 e i 60 anni. Aziende mature, spesso presenti sul mercato da oltre vent’anni. Il problema del ricambio generazionale non è più procrastinabile. Chi guiderà queste realtà tra dieci anni? La domanda resta aperta.
La geografia del valore
Il Nord-Ovest concentra il 27% delle imprese del Made in Italy, il Nord-Est il 25,7%, il Centro il 22,2% grazie soprattutto a Sistema Moda e Automazione, il Sud il 18,6% trainato dall’Agroalimentare. Quasi il 10% delle aziende opera dentro distretti industriali, con il Sistema Moda in testa (30%) e Arredo e Design al 13,5%.
Sono realtà mediamente più piccole rispetto ad altri comparti manifatturieri.
L’Agroalimentare è dominato da microimprese per il 70,6%. Fanno eccezione la Farmaceutica, dove i grandi gruppi pesano per il 27%, e in parte i Mezzi di trasporto con il 4,9% di grandi imprese. Dimensione ridotta che può significare agilità ma anche vulnerabilità quando arrivano shock esterni.
Innovazione e solidità patrimoniale
Sul fronte brevetti, il Made in Italy fa meglio della media: lo 0,9% delle aziende ne ha depositati, contro lo 0,2% del totale. Piccola percentuale in termini assoluti, ma comunque superiore. Anche sull’accesso agli aiuti di Stato le performance sono buone: il 62% delle imprese del Made in Italy riesce a intercettare contributi pubblici per innovazione e competitività, contro il 44,1% del resto dell’economia.
La quota di aziende a capitale estero è più alta della media: 3,6% contro il 3,3% del manifatturiero e il 2,6% del totale delle società di capitali.
Segno che gli investitori stranieri vedono valore e opportunità in questi settori.
Dal punto di vista del rischio creditizio, il Cerved Group Score mostra un miglioramento netto negli ultimi dieci anni. Le imprese considerate “sicure” sono passate dal 14,4% al 35,7%, mentre quelle “a rischio” sono scese dall’8,6% al 6,1%. Un rafforzamento patrimoniale significativo, che mette il settore in condizioni migliori per affrontare turbolenze.
La questione climatica
Circa un’azienda su quattro del Made in Italy è esposta ad alto rischio fisico legato a eventi climatici estremi, quota superiore alla media nazionale di una su cinque. L’Agroalimentare è il settore più vulnerabile: quasi quattro aziende su dieci sono sensibili a fenomeni che possono danneggiare gli asset produttivi o impattare sulla produzione.
Il rischio di transizione, legato agli investimenti necessari per la decarbonizzazione, colpisce ancora l’Agroalimentare (45,2%), in particolare la filiera zootecnica.
Allevamenti, emissioni, consumo di acqua e suolo: una pressione crescente che richiederà investimenti importanti nei prossimi anni.
Nonostante queste sfide, le performance ESG sono buone. Oltre il 60% delle imprese del Made in Italy ha una valutazione eccellente secondo i rating di Cerved Rating Agency, in linea con il totale manifatturiero. Il Farmaceutico si distingue per sostenibilità, seguito dai Mezzi di trasporto (80% delle imprese al livello più elevato) e dall’Agroalimentare (64%). Alta anche la percentuale di chi pubblica Report di sostenibilità su base volontaria: Agroalimentare al 20%, Farmaceutico al 16,2%, Arredo e Design al 15,9%.
Prospettive strette, ma stabili
I margini operativi sono previsti in lieve contrazione nel prossimo biennio, con l’eccezione del Farmaceutico che passerà dal 17,8% al 18,2%. L’Ebitda margin del Made in Italy resta comunque sopra la media nazionale di 0,4 punti percentuali. La redditività dei capitali investiti si manterrà costante al 6,5%, mentre nel resto del manifatturiero è prevista una contrazione dal 6,6% al 6,3%.
Come dice Luca Peyrano, CEO di Cerved:
Il Made in Italy è un ecosistema vitale che unisce imprese, territori e persone. Comprendere i suoi dati significa leggere la traiettoria futura della competitività italiana.
I numeri dicono che la macchina tiene, ma va più piano. Resta da capire se rallentare è una strategia o un problema.

