Il 30 ottobre 2025 è una data destinata a segnare la storia del diritto italiano.
Il Senato ha approvato in via definitiva la riforma costituzionale della giustizia, una svolta epocale che ridisegna profondamente l’assetto della magistratura e i rapporti tra i suoi protagonisti.
Per la prima volta, le carriere di giudice e pubblico ministero vengono separate in modo netto e irrevocabile, con l’obiettivo di favorire terzietà, equilibrio e trasparenza nell’amministrazione della giustizia.
I pilastri della riforma della giustizia
Al cuore del nuovo testo vi è la separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente. Fino ad oggi, la legislazione italiana permetteva il passaggio da un ruolo all’altro: un magistrato poteva diventare pubblico ministero o, viceversa, giudice, durante il proprio percorso professionale.
Questa possibilità è ora abolita. D’ora in avanti, chi sceglie la carriera da giudice non potrà convertirsi a quella di pubblico ministero e viceversa. Viene introdotto un sistema di percorsi autonomi, ciascuno regolato da uno specifico Consiglio superiore della magistratura.
La riforma istituisce inoltre due nuovi Consigli superiori della magistratura distinti: uno riservato ai giudici, l’altro ai pubblici ministeri. Ogni Consiglio avrà funzioni autonome e garantirà una selezione dei propri membri tramite sorteggio, spingendo verso una limitazione del potere delle “correnti” interne all’Associazione nazionale magistrati. Un passo importante è la creazione di un’Alta Corte disciplinare, composta da 15 membri, incaricata di giudicare le condotte disciplinari dei magistrati. Queste competenze erano finora demandate al Consiglio superiore della magistratura unico.
Il percorso della riforma ed il referendum
Non avendo raggiunto la maggioranza qualificata dei due terzi in Parlamento, la riforma dovrà ora essere sottoposta al referendum popolare confermativo, secondo la procedura dell’articolo 138 della Costituzione. Il prossimo “atto finale” sarà nelle mani dei cittadini, verosimilmente nella primavera 2026, quando saranno chiamati a pronunciarsi sull’effettiva entrata in vigore della riforma.
Le reazioni della società civile
La riforma ha diviso la politica e la società civile. Da un lato, esponenti del governo e associazioni garantiste salutano il testo come strumento per una giustizia più autorevole, trasparente e responsabile, dove i giudici sono chiamati a “applicare” e non “creare” la legge. Dall’altro, opposizione e gran parte della magistratura temono un indebolimento della requirente, il rischio di minori garanzie d’indipendenza e un effetto negativo sulla tutela dei diritti dei cittadini.
Comitati civici e associazioni, soprattutto dell’area garantista e cattolica, hanno già annunciato la nascita di gruppi a sostegno del “sì” al referendum. Secondo le dichiarazioni del network “Ditelo sui tetti”, il voto popolare rappresenta un’occasione per costruire una magistratura più responsabile e meno “ideologizzata”.
Quali prospettive per il futuro?
Se la riforma sarà approvata dal referendum, il Parlamento dovrà legiferare sulle regole pratiche per il funzionamento dei nuovi organi e la completa separazione delle carriere. Il dibattito resta molto acceso: per il mondo della giustizia italiana, la primavera 2026 rappresenterà uno snodo cruciale tra rinnovamento e continuità, dove la voce degli elettori deciderà il volto della magistratura del futuro.

