sabato, 17 Gennaio

A 83 anni dalla nascita, MondoUomo.it ricorda Pierangelo Bertoli, il cantautore di Sassuolo, una delle voci più autentiche e coraggiose della musica italiana.

Il 5 novembre 1942, in piena Seconda Guerra Mondiale, nasceva a Sassuolo un bambino destinato a diventare una delle voci più sincere e irriducibili della canzone d’autore italiana.

Pierangelo Bertoli, scomparso nel 2002, continua a parlare a generazioni diverse con la stessa forza dirompente di quando calcava i palchi italiani, la sua sedia a rotelle simbolo non di una limitazione, ma di una libertà conquistata nota dopo nota.

Una vita contro corrente

La poliomielite contratta a dieci anni avrebbe potuto spezzare molti destini. Non quello di Bertoli. . Da quella prospettiva “diversa”, Bertoli sviluppò uno sguardo unico sulla società italiana, capace di cogliere le ipocrisie, le ingiustizie, ma anche la bellezza nascosta nelle pieghe del quotidiano.

Gli anni Settanta lo videro emergere nella scena cantautorale italiana con una forza narrativa che non concedeva nulla alla retorica. Mentre altri colleghi si rifugiavano in metafore rassicuranti, Bertoli sceglieva la strada della denuncia diretta, del racconto senza filtri. Le sue canzoni parlavano di emarginati, operai, disoccupati, di un’Italia dei margini troppo spesso ignorata dalla canzone commerciale.

Le canzoni di Pierangelo Bertoli che hanno fatto la storia

“A muso duro” rimane il suo brano più iconico, un inno generazionale che trascende il tempo.

“A muso duro, un uomo contro

Queste parole sono diventate un manifesto di resistenza civile, la colonna sonora di chi non si piega alle convenzioni. Ma ridurre Bertoli a un solo brano sarebbe un’ingiustizia imperdonabile.

Eppure soffia” rappresenta forse il suo vertice poetico: un canto di speranza nonostante tutto, la certezza che il vento del cambiamento continua a soffiare anche quando sembra che tutto sia immobile. In tempi di cinismo diffuso, questa canzone conserva una carica profetica straordinaria.

Certi momenti” resta una delle riflessioni più profonde sulla solitudine e sul senso di alienazione dell’individuo moderno. Il centro del fiume” è un capolavoro di introspezione esistenziale. E poi “Rosso colore”, “Porto Cervo”, “En e Xanax”, ogni brano un affresco della società italiana, dei suoi contrasti, delle sue contraddizioni.

L’impegno civile di Pierangelo Bertoli

Pierangelo Bertoli non è stato solo un cantautore: è stato un intellettuale impegnato, un attivista ante litteram dei diritti civili e sociali. Le sue battaglie per i diritti dei disabili, contro ogni forma di discriminazione, per la dignità del lavoro, erano parte integrante della sua arte. Non distingueva tra il palco e la vita: tutto era un unico, coerente atto di testimonianza.

La sua critica al potere, alle istituzioni, alla chiesa, ai partiti politici di ogni colore non era mai ideologica nel senso stretto del termine. Era piuttosto etica, profondamente umana. Bertoli non credeva nelle bandiere, credeva nelle persone. Non si schierava con le fazioni, si schierava con chi soffriva, indipendentemente dalla tessera in tasca.

L’eredità

A più di vent’anni dalla sua scomparsa, Pierangelo Bertoli continua a essere riscoperto da nuove generazioni. I suoi concerti su YouTube raccolgono milioni di visualizzazioni, i suoi versi vengono citati sui social network, le sue canzoni risuonano nelle piazze durante le manifestazioni. Non è nostalgia: è la conferma che certe verità non invecchiano.

In un’epoca dominata dall’effimero, dalla canzone usa-e-getta, dall’autotune e dalle metriche di streaming, Pierangelo Bertoli rappresenta l’antitesi perfetta.

La sua musica chiede tempo, ascolto, riflessione. Non offre consolazioni facili né risposte preconfezionate. Pone domande, stimola coscienze, disturba certezze.

La sua lezione più grande rimane questa: l’arte non può essere neutrale. O sta dalla parte degli ultimi o è complice dei primi. Bertoli scelse da che parte stare fin dal primo giorno, e quella scelta ne ha fatto non solo un grande artista, ma un esempio di coerenza umana.

Oggi, nel giorno in cui Pierangelo Bertoli avrebbe compiuto 83 anni, vale la pena fermarsi, mettere un suo disco e ascoltare davvero.

Non come sottofondo, ma con l’attenzione che merita chi ha avuto il coraggio di cantare la verità anche quando costava caro. Perché Pierangelo Bertoli non è patrimonio del passato: è una bussola per il presente, un faro per chi cerca ancora autenticità in un mondo che sembra averne smarrito il significato.

“Il vento fa il suo giro e passa oltre la collina / e noi, che stiamo a guardare, ci ritroviamo ancora qui” – cantava in “Eppure soffia. Noi siamo ancora qui, Pierangelo. E il tuo vento continua a soffiare.



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