L’immortale bandiera dell’Inter compie 63 anni, celebrando una vita dedicata al calcio ed ai valori.
22 gennaio 2026 — C’è un filo rosso che attraversa la storia dell’Inter, un filo nerazzurro che lega generazioni di tifosi, epoche diverse del calcio italiano, momenti di gloria e di sofferenza. Quel filo ha un nome: Giuseppe Raffaele Bergomi. Oggi, “lo Zio” compie 63 anni, e con lui festeggia l’intera famiglia interista e tutti gli appassionati di calcio che hanno avuto il privilegio di vederlo giocare.
Il ragazzo con i baffi che conquistò il mondo
Era il 30 gennaio 1980 quando un ragazzino di sedici anni e trentanove giorni mise piede per la prima volta sul terreno di gioco in una Juventus-Inter di Coppa Italia. Eugenio Bersellini, l’allenatore che se ne innamorò calcisticamente, aveva visto giusto: quel giovane di Settala, periferia milanese, portava già addosso la maturità di un veterano. Con quegli anacronistici baffi che gli valsero il soprannome “Zio” da parte del compagno Gianpiero Marini, Bergomi sembrava un uomo prima ancora di esserlo diventato.
A diciassette anni segnava nel derby, a diciotto era campione del mondo da titolare in Spagna ’82, protagonista di una finale leggendaria. A trentacinque, al Mondiale di Francia ’98, era ancora lì, a divertirsi in campo con la grinta e la passione del primo giorno. In mezzo, vent’anni di nerazzurro puro, senza tradimenti, senza ripensamenti, senza mai indossare un’altra maglia che non fosse quella dell’Inter.
Una carriera da monumento
Le cifre parlano da sole: 756 presenze ufficiali con la maglia dell’Inter (solo Javier Zanetti è riuscito a superarlo), 28 gol, 81 presenze in Nazionale. Ma i numeri raccontano solo una parte della storia di Beppe Bergomi. Il resto lo scrivono i trofei: lo Scudetto dei record del 1989, tre Coppe UEFA, una Coppa Italia, una Supercoppa Italiana. E poi quella notte magica di Madrid, l’11 luglio 1982, quando un ragazzo di diciotto anni alzava la Coppa del Mondo al cielo di Spagna.
Bergomi è stato tutto: terzino destro negli esordi, difensore di zona nell’era d’oro della tattica italiana, libero negli ultimi anni sotto la guida di Gigi Simoni. Sempre con quella stessa serietà, quella stessa intelligenza tattica, quel carisma silenzioso ma ferreo che lo rendeva un punto di riferimento in campo e nello spogliatoio.
Il filo conduttore di un’epoca
Da Altobelli a Ronaldo, passando per Matthäus, Brehme, Zenga, Ferri, Berti: Bergomi è stato il filo conduttore di generazioni nerazzurre diverse, il collegamento tra l’Inter degli anni ’80 e quella degli anni ’90. Ha vissuto l’epoca in cui la Serie A divenne il campionato più bello del mondo, quando gli avversari la domenica si chiamavano Maradona, Van Basten, Platini, Mancini, Baggio. E lui c’era sempre, puntuale, affidabile, forte.
Corretto ma ruvido quando serviva (dodici espulsioni in carriera testimoniano il suo carattere), Bergomi metteva in campo cuore, cervello e piedi educati. Capitano dell’Inter dal 1992 al 1999, è stato anche capitano della Nazionale, guidando gli Azzurri nelle Notti Magiche di Italia ’90, il più grande cruccio sportivo di una generazione di fenomeni che sfiorò il titolo mondiale in casa.
Dopo il calcio, ancora protagonista
Appesi gli scarpini al chiodo nel 1999, Bergomi non ha mai abbandonato il mondo del pallone. Come opinionista e commentatore tecnico, prima per Tele+ e poi per Sky Sport, ha portato davanti ai microfoni le stesse qualità che mostrava in campo: correttezza, rigore morale, capacità di analisi e passione genuina. Al fianco di Fabio Caressa ha raccontato partite, emozioni, mondiali, diventando una delle voci più apprezzate del calcio televisivo italiano.
Ma Bergomi è anche impegno sociale: nel 2021 è stato premiato dalla onlus Amici per il Centrafrica i Bindun per la sua dedizione nel campo del volontariato, a testimonianza di come i valori di serietà e affidabilità che lo hanno contraddistinto in campo non siano mai venuti meno nella vita di tutti i giorni.
Lo Zio per sempre
Oggi, a 63 anni, Giuseppe Bergomi resta quello che è sempre stato: una leggenda vivente del calcio italiano, un simbolo di fedeltà e appartenenza in un’epoca in cui questi valori sembrano sempre più rari. Il suo è un esempio per chi ama lo sport: puoi essere un campione del mondo, un’icona, una bandiera, ma rimanere sempre con i piedi per terra, serio, umile, professionale.
“Le gambe non mi sono mai tremate”, disse una volta Bergomi. Nemmeno a diciotto anni, nella finale mondiale più importante della storia. Quelle gambe hanno corso per vent’anni sugli stessi campi, difendendo gli stessi colori, inseguendo gli stessi sogni. E oggi, mentre soffiamo idealmente 63 candeline per lo Zio, non possiamo che essere grati di aver vissuto nell’epoca di un gigante del calcio che ha fatto della coerenza il suo valore più grande.
Tanti auguri, Beppe. Oggi come sempre: Forza Inter, e grazie di tutto.
MondoUomo.it celebra con orgoglio un’icona dello sport italiano, esempio di stile, dedizione e valori autentici dentro e fuori dal campo.
