C’è un fischio che attraversa il deserto. Un coro di voci senza parole che sale verso il cielo.
Il rintocco di una campana che segna il destino; sono i suoni di Ennio Morricone, l’uomo che ha trasformato le colonne sonore in qualcosa di più grande del cinema stesso.
Nato a Roma il 10 novembre 1928, in una casa del Trastevere dove suo padre suonava la tromba nei locali notturni, Ennio Morricone è cresciuto respirando musica.
Ma nessuno avrebbe potuto immaginare che quel bambino con le orecchie sempre attente ai rumori della strada sarebbe diventato il compositore più influente del Novecento cinematografico.
La sua storia non è quella del genio ribelle. È la storia di un artigiano paziente, quasi maniacale, che si è formato al Conservatorio di Santa Cecilia studiando composizione classica con Goffredo Petrassi. Per anni ha lavorato nell’ombra, arrangiando canzoni pop, scrivendo sigle per la RAI, guadagnandosi da vivere con un mestiere che molti consideravano minore. Il cinema era un passatempo, quasi un ripiego.
Poi nella vita di Ennio Morricone arrivò Sergio Leone. E con lui, tutto cambiò.
“Per un pugno di dollari” del 1964 fu una rivoluzione silenziosa. Mentre Hollywood riempiva i western di orchestre pompose, Morricone costruì il suo paesaggio sonoro con fruste schioccate, campanacci, armoniche scassate, urla apache. Non stava solo accompagnando le immagini: stava creando un mondo parallelo dove il suono aveva lo stesso peso della fotografia. Quel fischio, che oggi chiunque riconosce al primo secondo, nacque quasi per caso – una necessità economica trasformata in poesia.
Il sodalizio con Leone produsse capolavori su capolavori. “Il buono, il brutto, il cattivo” con quel coro celestiale che esplode durante il triello finale. C’era una volta il West” con l’armonica di Charles Bronson che diventa vendetta sonora. C’era una volta in America” dove la musica è nostalgia pura, dolore cristallizzato in note. Leone girava ascoltando già le musiche di Morricone: i suoi film nascevano dal dialogo tra due menti che si capivano senza bisogno di parole.
Ma ridurre Ennio Morricone al western sarebbe come dire che Picasso dipingeva solo chitarre cubiste…
La sua carriera ha attraversato oltre cinquecento film, cinquecento universi sonori diversi. Ha composto per Pasolini (“Uccellacci e uccellini”), per Bertolucci (“Novecento”), per Tornatore che gli regalò forse la melodia più struggente della sua vita in “Cinema Paradiso”. Ha lavorato con Brian De Palma, Terrence Malick, Quentin Tarantino. Ogni regista riceveva un Morricone diverso, cucito addosso come un abito su misura.
La grandezza di Ennio Morricone stava nell’intuizione semplice e rivoluzionaria: ogni suono può diventare musica. Una porta che cigola, il vento che fischia, il battito di un cuore.
Morricone ascoltava il mondo come pochi sanno fare. E poi prendeva questi frammenti di realtà e li trasformava in emozione pura.
Non era un compositore facile con cui lavorare. Perfezionista fino all’ossessione, pretendeva che ogni nota fosse esattamente dove doveva essere. Scriveva tutto a mano, su pentagrammi che riempiva di una calligrafia precisa, quasi monastica. Negli ultimi anni, quando la tecnologia digitale aveva conquistato gli studi di registrazione, lui continuava con carta e penna, come un monaco medioevale che copia codici antichi.
Il riconoscimento è arrivato tardi, troppo tardi.
L’Oscar alla carriera nel 2007 sembrò quasi un’ammissione di colpa da parte di Hollywood, che per decenni aveva ignorato le sue candidature.
Poi, finalmente, nel 2016 arrivò l’Oscar vero, quello per “The Hateful Eight” di Tarantino.
Aveva ottantasette anni e salì sul palco con la dignità di chi sa che la gloria è un accessorio, non la sostanza.
Morricone se n’è andato nel luglio del 2020 all’età di 91 anni, durante quei mesi sospesi della pandemia. Ma la sua musica resta, incisa nella memoria collettiva dell’umanità. Le sue melodie sono diventate parte del nostro DNA emotivo: sentiamo quelle note e sappiamo cosa significano, anche se non abbiamo mai visto i film per cui sono state scritte.
Oggi, 10 novembre, celebrando la sua nascita, non ricordiamo solo un compositore; ricordiamo l’uomo che ha dimostrato che la musica per film può essere arte assoluta, non solo decorazione.
Che i rumori possono diventare sinfonie. Che un fischio nel deserto può contenere più verità di mille parole.
