Giuseppe Ungaretti, il poeta che trasformò il dolore in luce

Giuseppe Ungaretti, il poeta che trasformò il dolore in luce (video).

Nel 138° anniversario della nascita, MondoUomo.it ricorda il maestro dell’ermetismo che rivoluzionò la poesia italiana.

Alessandria d’Egitto, 8 febbraio 1888. In una famiglia di emigranti lucchesi nasce un bambino destinato a cambiare per sempre il volto della poesia italiana. Giuseppe Ungaretti avrebbe attraversato il Novecento come pochi altri intellettuali hanno saputo fare: con la carne viva delle trincee, con l’angoscia dell’esilio, con quella capacità unica di distillare l’infinito in poche, essenziali parole.

Oggi, a 138 anni dalla sua nascita, vale la pena fermarsi a riflettere su cosa significhi essere uomini attraverso la lezione di Ungaretti. Perché la sua non è stata solo una rivoluzione formale – il verso libero, la rottura con la tradizione, l’essenzialità quasi brutale del linguaggio – ma soprattutto un modo radicalmente nuovo di stare nel mondo, di guardare l’abisso senza distogliere lo sguardo.

“L’Allegria”: la poesia nata dal fango

È il 1916 e Ungaretti, volontario nella Grande Guerra, scrive dal fronte versi che nessuno aveva mai osato in Italia. Nascono così le poesie de “L’Allegria” (pubblicata nel 1919 come “Allegria di naufragi”), una raccolta che segna una rottura radicale con la tradizione ottocentesca.

“Soldati / si sta come / d’autunpo / sugli alberi / le foglie”. Sedici parole scritte a Bosco di Courton nel luglio 1918 che contengono un’intera filosofia dell’esistenza. Non c’è retorica patriottica, non c’è enfasi dannunziana: solo la nuda constatazione della precarietà assoluta dell’uomo in guerra.

Ma è “Mattina”, composta nel 1917 a Santa Maria La Longa, a rappresentare il culmine dell’essenzialità ungarettiana: “M’illumino / d’immenso”. Due parole, dieci sillabe che aprono una voragine di senso. È l’attimo in cui l’uomo, anche nel fango della trincea, tocca il divino, si illumina di una comprensione che trascende l’orrore circostante.

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E poi c’è “Veglia”, testimonianza cruda e straziante: “Un’intera nottata / buttato vicino / a un compagno / massacrato / con la sua bocca / digrignata / volta al plenilunio / con la congestione / delle sue mani / penetrata / nel mio silenzio / ho scritto / lettere piene d’amore”. Dalla morte nasce la poesia, dal disfacimento del corpo la necessità assoluta di affermare la vita attraverso le parole.

Giuseppe Ungaretti, il poeta che trasformò il dolore in luce.

La fratellanza universale

Nelle trincee del Carso, Ungaretti scopre una verità primordiale. “Fratelli”, composta nel 1916, è forse la sua dichiarazione più potente di umanità condivisa: “Di che reggimento siete / fratelli? / Parola tremante / nella notte / Foglia appena nata / Nell’aria spasimante / involontaria rivolta / dell’uomo presente alla sua / fragilità / Fratelli.

L’uomo ridotto all’essenziale riconosce nell’altro un fratello non per ideologia o retorica, ma per la semplice condivisione del destino, della fragilità, della paura. È una lezione che attraversa il tempo e parla ancora oggi a un’umanità divisa e frammentata.

“San Martino del Carso” (1916) cristallizza invece il paesaggio interiore della devastazione: “Di queste case / non è rimasto / che qualche / brandello di muro / Di tanti / che mi corrispondevano / non è rimasto / neppure tanto / Ma nel cuore / nessuna croce manca / È il mio cuore / il paese più straziato”. Il vero campo di battaglia è l’anima del poeta, dove ogni perdita lascia un segno indelebile.

“Sentimento del Tempo”: la maturità classica

Nel 1933 esce “Sentimento del Tempo”, raccolta che segna un ritorno alla metrica tradizionale e una riflessione più meditata sul sacro e sul tempo. Ungaretti non rinnega la rivoluzione de “L’Allegria”, ma la approfondisce, cercando una forma più compiuta.

Qui la Roma barocca diventa paesaggio dell’anima, e il poeta si confronta con i grandi temi della memoria, della fede, della ricerca di Dio. È una stagione di maggiore complessità formale, dove l’ermetismo si fa più denso, più stratificato.

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“Il Dolore”: quando la parola si spezza

Ma è nel 1947, con “Il Dolore”, che Ungaretti raggiunge forse le vette più alte e strazianti della sua poesia. La raccolta nasce dalla morte del figlio Antonietto, stroncato a soli nove anni da un’appendicite nel 1939, mentre la famiglia viveva in Brasile.

“Non gridate più” è un grido di dolore che diventa preghiera universale: “Cessate d’uccidere i morti / Non gridate più, non gridate / Se li volete ancora udire / Se sperate di non perire”. Il poeta chiede pietà per chi non c’è più, chiede silenzio per poter ascoltare ancora le voci di chi è partito.

“Tutto ho perduto dell’infanzia / E non potrò mai più / Smemorarmi in un grido” scrive in “Giorno per giorno”, dove la perdita del figlio diventa perdita di ogni innocenza, di ogni possibile oblio. Il dolore è lucido, totale, senza scampo.

L’eredità di un maestro

L’opera di Ungaretti si completa con raccolte come “La Terra Promessa” (1950) e “Il Taccuino del Vecchio” (1960), dove il poeta ormai anziano continua a interrogarsi sul senso dell’esistenza, sulla memoria, sul rapporto tra vita e morte.

Cosa può dire Ungaretti all’uomo del 2026, immerso in un mondo che sembra aver smarrito ogni profondità, ogni capacità di sostare nel silenzio e nell’essenziale? Forse proprio questo: che la virilità autentica non sta nella negazione della fragilità, ma nel saperla guardare in faccia. Che essere uomini significa accettare la precarietà senza lasciarsi schiacciare, cercare la luce anche quando tutto sembra buio.

Ungaretti ci insegna che si può attraversare l’orrore – la guerra, il lutto, l’esilio – e continuare a credere nella poesia, nella bellezza, nella possibilità di dare un nome alle cose.

Ci ricorda che le parole hanno ancora un peso, che il linguaggio non è solo strumento ma sostanza dell’umano, che a volte bastano due parole – “M’illumino / d’immenso” – per toccare l’infinito.

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In un’epoca di chiacchiere infinite, di parole svuotate di senso, di comunicazione ridotta a rumore di fondo, la sua lezione è più attuale che mai: tornare all’essenziale, cercare la verità, non accontentarsi delle superfici. Come lui scrisse in “Commiato”: “Sono un poeta / un grido unanime / sono un grumo di sogni”.

Ecco cosa vuol dire essere uomini secondo Ungaretti: portare dentro di sé il grido dell’umanità intera, accettare di essere “grumo di sogni” in mezzo al caos della Storia, e trasformare tutto questo in bellezza. Anche quando – come sugli alberi in autunno – restiamo appesi a un filo sottile tra la vita e il nulla.


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