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Il manager del futuro? Meno capo, più allenatore.

C’è un paradosso che attraversa le stanze dei consigli di amministrazione in questo inizio 2026.

Da una parte, i CEO non sono mai stati così ottimisti: il 95% guarda al futuro con fiducia, come rivela il report State of the C-Suite di International Workplace Group. Dall’altra, la stessa dirigenza taglia i budget mediamente del 10%, con una disciplina finanziaria che farebbe impallidire un monaco certosino.

Contraddizione? No, evoluzione. Benvenuti nell’era del “fare di più con meno”, dove l’intelligenza artificiale e il lavoro ibrido non sono più buzzword da convegno, ma leve strategiche concrete. Il problema è che mentre la tecnologia corre, l’uomo rischia di restare indietro. E qui il gioco si fa interessante.

La newsletter Management24 de Il Sole 24 Ore ha recentemente mappato questo terreno scivoloso, mettendo in fila dati che dovrebbero far riflettere chiunque abbia responsabilità manageriali. Perché se è vero che l’AI promette efficienza, è altrettanto vero che il 77% delle imprese – secondo il Randstad Workmonitor su 27.000 lavoratori globali – prevede di tagliare posizioni entry-level nei prossimi cinque anni. Traduzione: i giovani faticano a entrare, l’automazione brucia i gradini più bassi della scala aziendale.

Ed è qui che emerge la vera sfida per chi guida team e aziende.

Non basta implementare ChatGPT o piattaforme di smart working. Serve ripensare radicalmente cosa significhi guidare persone in un contesto dove l’algoritmo è il collega di scrivania e l’ufficio può essere ovunque.

L’HR Barometer 2026 di agap2 lo sintetizza bene: intelligenza artificiale, benessere dei dipendenti, transizione green e carenza di talenti sono i quattro assi su cui si giocherà la partita. Quattro variabili che richiedono equilibrismo, non muscoli. E che stanno mandando definitivamente in soffitta il modello del capo autoritario, quello che detta ordini dall’alto della sua scrivania in mogano.

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Hogan Assessments ha studiato il fenomeno e parla chiaro: il paradigma “comando e controllo” ha esaurito la sua spinta.

Al suo posto emerge la leadership people-first, dove i team si costruiscono sull’equilibrio, non sullo stress permanente. Non è buonismo aziendale: è strategia. Perché, come spiegano Andrea Lipparini dell’Università di Bologna e Benedetto Vigna di Ferrari, il vero compito di un leader oggi è generare e orientare energia.

Energia, non pressione. Direzione, non sorveglianza.

E qui sta il punto: in un sistema complesso – quale è ormai qualsiasi organizzazione moderna – l’efficacia non dipende da quanto carichi le persone, ma da come governi la loro energia perché non si disperda in entropia. Un team sotto pressione continua brucia risorse, un team ben guidato le moltiplica.

Certo, tutto questo richiede competenze che molti manager non hanno nel proprio DNA professionale. Empatia, per esempio. Capacità di ascolto autentico. Sensibilità nel creare ambienti psicologicamente sicuri, dove le persone non temano di essere sostituite da un software o giudicate per un’idea sbagliata. Roba che nei master in business administration tradizionali passava come nota a margine, quando passava.

Il risultato di questa trasformazione? Un divario percettivo significativo. Le aziende vedono nell’innovazione tecnologica un’opportunità strutturale, i lavoratori spesso ci vedono solo incertezza.

Due mondi che parlano lingue diverse, e il leader del 2026 deve fare da interprete, da mediatore culturale tra l’ottimismo algoritmico e l’ansia umana.

La sfida, in fondo, è tutta qui: usare l’AI per guadagnare efficienza, ma investire nelle persone per mantenere senso e direzione. Tagliare i costi senza tagliare la motivazione. Automatizzare processi senza automatizzare le relazioni. È un equilibrio delicato, che richiede quella che potremmo chiamare intelligenza manageriale aumentata: non solo quella artificiale degli strumenti, ma quella emotiva e relazionale di chi li usa.

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Perché alla fine, anche nell’era delle macchine intelligenti, sono ancora gli esseri umani a fare la differenza. E il manager che non lo capisce rischia di trovarsi alla guida di un’azienda efficiente ma vuota, produttiva ma senz’anima. Tecnicamente perfetta, umanamente fallita.


Fonte: Newsletter Management24, Il Sole 24 Ore, 2 febbraio 2026


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